Senza titolo

Maria Adele del Vecchio

A chiusura del percorso di residenza e del dialogo aperto con il tema di Jonas, Maria Adele Del Vecchio ha ricavato, per la sua mostra personale, una narrazione per frammenti, in cui le suggestioni psicoanalitiche si mescolano a quelle letterarie e cinematografiche.



Senza titolo - Maria Adele del Vecchio / edizione 2020/2021

Descrizione

L'artista rivendica con orgoglio il proprio intenso vissuto, dai riferimenti all’amata famiglia alla propria condizione psicologica e politica. Nella sala d'attesa e nelle stanze della clinica, Del Vecchio costruisce un racconto fatto di immagini, frasi e colori in grado di toccare chi guarda senza invaderne la visione: una scelta motivata proprio dalla connotazione dello spazio quale luogo di cura. L'artista parla di sé, e per farlo decora, “abbellisce” gli ambienti, rivendicando una pratica femminile ma mutandone il segno per trasformarla in operazione concettuale.

La mostra si annuncia con il video Autobiografia di un fiore, immagine di affezione filtrata da una citazione di Giorgio Manganelli – e di uno dei suoi libri più radicali, Discorso dell’ombra e dello stemma – e video paradossale, bloccato in un singolo fotogramma. Il percorso procede in immagini e piccole sculture, le Malinconie, oggetti di memoria familiare che fungono da discrete punteggiare; si apre poi in un grande drappo azzurro, sul quale è ricamata a lettere d’oro la frase The name of the thing we want to look at, “il nome della cosa che vogliamo guardare”, allusione femminile e femminista e insieme slancio verso un desiderio infinito e indefinito, siderale e assoluto, rappresentato dal colore azzurro.
Ritroviamo, infine, noi stessi nello specchio Senza titolo, ma mescolati all’Altro da noi, che è a sua volta una maschera di Pulcinella, in un’opera che omaggia tanto Jacques Lacan, le cui teorie sono a base della pratica di Jonas, quanto il padre dell’artista, autore dell’opera rappresentata.


Intervista a Maria Adele Del Vecchio
L'intervista si è svolta all’inizio della residenza, a seguito delle prime riunioni con il gruppo di Jonas

Il tuo lavoro è difficilmente catalogabile se guardiamo alla resa tecnica: sono le esperienze, le suggestioni e le influenze che hai assorbito a costituirne il filo conduttore. Il tema psicoanalitico ha una grande rilevanza, sia per l’attitudine all’introspezione, sia come riferimento alla teoria psicanalitica quale strumento di lettura della realtà. Come nasce questo tuo interesse e come si lega ad alcuni aspetti del tuo lavoro, in particolare all’uso dei testi e della parola?
MADV: Vengo da una famiglia di artisti, latinisti, utopisti e sognatori, un ambiente in cui i così detti “massimi sistemi” erano i discorsi che si facevano a colazione la mattina, ripercorrendo la storia, interrogandosi sull’animo umano, sulle cause dei comportamenti individuali e di massa. Era un contesto reichiano, direi, che mi ha allenato a chiedermi il perchè delle cose mentre le si osserva fino in fondo e con l’eterno stimolo ad approcciare il sapere con metodo e serietà. Ho cercato, e continuo a cercare, tutto quanto possa aiutarmi a scomporre il dato e a ricomporlo arricchito di nuova luce: la filosofia, la psicologia e tutta la letteratura, il romanzo, il cui approccio con il narrato è di natura filosofica e psicologica, in primis, senza dimenticare la poesia, la commozione empatica. Credo che questi ingredienti, mischiati per bene, portino per forza di cose a una produzione di natura immaginifica, e spesso le mie opere sono la continuazione di certi discorsi fatti fra me e me, che dall’impianto psicanalitico mutuano la tensione confessionale, come la poesia di Anne Sexton e Sylvia Plath, facendo emergere dalla mia biografia quegli elementi che ritengo siano di interesse condiviso: per esempio la difficoltà a essere donna ed esprimermi da donna - reinventando vocaboli e simboli - dopo che per millenni il patriarcato ci ha zittite, depotenziate, confinate. Quando ragioni su queste cose ti serve capire perchè il percepito vari in modo così forte di consesso in consesso e soprattutto di psiche in psiche. Capire quali siano i bias o le false credenze in virtù delle quali un abuso che a te appare palese altri non lo vedono affatto. Il rapporto fra il pensiero psicoanalitico e la pratica artistica è antico e collaudato: fra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento è successo di tutto, in ambito artistico come anche letterario. La psicologia è stata, ed è, una lente rivoluzionaria attraverso la quale si è guardato l’uomo e la vita.

Torniamo a uno dei tuoi temi fondamentali, cui hai già accennato: quello relativo alla condizione della donna. Nella tua mostra Personne, tenutasi nel 2019 alla galleria Tiziana di Caro, hai raccontato frammenti di storie di tre donne diverse, accomunate da una medesima solitudine esistenziale: una madre, una strega, una peripatetica. Che influenza ha il pensiero femminista sul tuo lavoro?
MADV: Mi è capitato di essere donna in un mondo in cui alla donna, storicamente, toccano un sacco di ingiustizie. Voglio capire perchè succede e aggiungo che voglio anche curare le mie ferite. Voglio piangere in pubblico e voglio che il mio “pianto” curi me e le altre donne, e responsabilizzi tutti. Voglio, infine, contribuire con le mie opere a costruire quel vocabolario fatto di lemmi e simboli, di visioni, che noi donne ancora non abbiamo, ma al quale molte di noi stanno lavorando.

Pensi che nel mondo dell’arte esista ancora una discriminazione di genere?
MADV: Il mondo dell’arte è molto più informato e avanti di altri segmenti sociali, ma è ovvio sia discriminante. Quali sono i sistemi di maggiore committenza, che iniettano più facilmente denaro nel nostro ambiente? Mega gruppi bancari, aziende del lusso, e poi lo Stato (quando va bene), giusto per dirne alcuni. Tutti sistemi di creazione patriarcale, che usano categorie e pratiche tipiche del patriarcato. È interessante ricordare che Carla Lonzi, quando decise di essere una femminista a 360 gradi, smise di essere la brillante critica d’arte che era stata: una scelta radicale e lucida al contempo, per quanto mi riguarda.

Un altro tema centrale della residenza è la relazione fra creazione artistica e contesto: Waiting Room Residency propone una modalità di produzione e fruizione molto specifica, determinata dal luogo e dallo scambio intellettuale con il gruppo di Jonas. Come ti poni rispetto a questo “sconfinamento” dal mondo dell’arte?
MADV: Anni fa ascoltai Christian Costa (artista polacco/napoletano di cui mi fregio d’essere amica) raccontare come all’interno di un progetto d’arte pubblica, di cui era cofondatore, avesse lavorato con comunità cittadine fiorentine da “artista di quartiere”, ossia mettendo a disposizione del fine comune (la manifestazione, la protesta, ecc.) il proprio bagaglio di pratiche e visioni, nel convincimento che l’arte dovesse avere un ruolo sociale, dovesse rivendicarlo ed esperirlo. L’operazione si chiamava Spazi Docili, partendo dal presupposto che tutto quanto Foucault ha detto sui corpi docili possa essere detto nello stesso identico modo degli spazi in cui siamo immersi. Ecco io credo che la standardizzata musealizzazione del display espositivo, replicata anche da quelle realtà che musei non sono, costringa la produzione delle opere all’interno di un linguaggio espositivamente efficace, ma autoriferito: un eterno ridar forma alla forma, un noioso art for art sake del quale a me, talvolta, nonostante gli riconosca un certo fascino estetico, non frega un bel nulla. L’arte migliora se, fuori da ogni populismo, mantenendo tutte le sue complessità, parla con la società e la società migliora se parla anche un po’ la lingua delle arti visive. Credo si debba ragionare sugli “Spazi docili” in cui ci siamo auto confinati.

Che valore dai alla collaborazione nella tua pratica artistica, come gestisci e organizzi gli spunti che vengono dall’esterno?
MADV: Non ho all’attivo momenti di pura collaborazione se questa è intesa come coautorialità di un progetto, ma sono naturalmente portata alla discussione corale, a chiedere il consiglio e a creare progetti in cui le responsabilità sono distribuite fra molti, progetti per i quali non a caso uso la definizione di “sculture sociali” e che occupano un ruolo di sempre maggior rilievo nella mia ricerca.

L’ultima domanda si ispira a quella posta da Martin Esslin del New York Times Book Review a Vladimir Nabokov in un’intervista del 1968, parte della raccolta Intransigenze. È una domanda semplicissima, ma molto profonda e personale, che, riadattata, suona nel seguente modo: “Che cosa prova Maria Adele Del Vecchio nei confronti del suo lavoro?”
MADV: Più procedo più mi spaventa, sia produrlo che mostrarlo, ma va bene così, vuol dire che lo sforzo di essere un’artista dura, onesta, è in opera.

Ph: courtesy dell'artista, Lorenzo Danieli 

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